Emilio Giuliana


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Tifoseria serba e guerra nei Balcani..

Articoli 2010

Tifoseria Serba e guerra nei balcani
pubblicata da Emilio Giuliana il giorno sabato 16 ottobre 2010

L’ incontro di calcio Italia – Serbia, per l’ennesima volta ha evidenziato l’uso fazioso dei mass media italiani! Hanno strumentalizzato un episodio legato ai tifosi serbi, che rispetto a situazioni dello stesso genere, causate ogni domenica dalle tifoserie italiane, per violenza e ferocia sono imparagonabili! I saccenti censori dell’Intellighenzia italica si sono sprecati in improperi e aneddoti improbabili nei confronti dei tifosi Serbi. Una delle più gettonate è stata il supposto legame degl’ultras balcani a movimenti nazionalisti di estrema destra, dunque “bestie” sanguinarie, spalleggiatori dei massacri perpetrati dalla nazione serba a scapito degli abitanti di una sua stessa regione, il Kossovo. Passino lo sciocchezze (tanto siamo abituati alle fandonie), ma le menzogne NO! È necessario che dinanzi a certe falsità politiche e storiche venga resa giustizia e restituita la verità.

Riporto un articolo di Sergio Bagnoli, pubblicato oggi (16 ottobre) dal quotidiano on line, La Voce:

Balcani: Massimo D'Alema si pente di aver bombardato Belgrado

- In un intervista comparsa oggi sul quotidiano di famiglia “ Il Riformista”, Massimo D’Alema, ammette che il bombardamento di Belgrado fu un grave errore politico. Solamente il suo Ministro degli Esteri Lamberto Dini cercò di mantenere posizioni maggiormente equidistanti, trattando ad oltranza con la Serbia, ma fu scavalcato dal Premier che aveva già concordato in sede Nato tutti i particolari dell’attacco aereo alla Serbia, che avrebbe dovuto innanzitutto colpire la capitale Belgrado e la seconda città del paese Novi Sad. ” Fu un eccidio indiscriminato di civili ma al tempo stesso ci parve la soluzione migliore per far cessare la repressione antialbanese in Kosovo ”, ha detto D’Alema, a giustificare la scelta bellica al fianco del Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, aggiungendo che nei giorni immediatamente precedenti la decisione di attaccare quello che rimaneva della Jugoslavia si trovava a Kukes, nel Nord dell’Albania, e là i governanti albanesi gli mostrarono le indicibili condizioni di sofferenza in cui si trovavano i profughi kosovari, appena arrivati nella misera città dell’Albania settentrionale. “ Ne rimasi talmente scioccato da decidere immediatamente per l’attacco alla Serbia” ha raccontato l’ex Ministro e Premier italiano. Ai tempi, giova ricordare, dopo lo scandalo delle piramidi finanziarie del governo di Sali Berisha l’Albania era una nazione completamente allo sbando in cui non funzionava niente . Solamente la cooperazione italiana permetteva agli albanesi di sopravvivere. Quel conflitto segnò un solco profondo tra la Serbia e l’Occidente, solco che solo ora si sta cercando di riempire con il progressivo avvicinamento del paese balcanico all’Unione europea. Intanto il Kosovo si è auto - proclamato indipendente, mossa però non riconosciuta da alcuni paesi dell’Unione europea quali Spagna, Romania e Grecia, e rischia di divenire sempre più ostaggio della potente mafia locale, la più potente organizzazione criminale europea dopo la ‘ndrangheta calabrese. Oggi, l’allora premier italiano fa parzialmente autocritica ed ammette l’errore politico commesso. A Belgrado si è ufficiosamente reagito con ironia: “ E’ la dimostrazione dello sciocco servilismo italiano nei confronti dell’Albania. D’altronde per voi è troppo difficile dimenticare il legame sentimentale che vi lega con la vostra ex colonia”. A quanto pare il rimorso morde la coscienza del “compagno yachtista”! l’ex primo ministro, in questa sua intervista si limita ad una parziale verità (forse vuole essere solo un outing tanto in voga tra gli omosessuali), omettendo aspetti fondamentali, che se non citati non renderanno mai un quadro chiaro della “vicenda balcanica”. Dunque senza alcuna presunzione, cercherò di colmare le informazioni omesse da Massimo D’Alema.

La guerra alla nazione Serba è stata preceduta e preparata da una guerra ben più sottile e strisciante: quella della violazione della coscienza delle masse occidentali mirante a creare la parven­za di legittimità indispensabile per il succes­sivo intervento militare. Il condizionamento delle folle aveva fatto molta strada dal 1939, quando il biologo Serge Tchakhotine pro­fessore di scienze dell'Università di Parigi, stretto amico e discepolo di uno dei padri del mondialismo moderno, l'alto iniziato Herbert George Wells - aveva dato alle stampe un'opera che sarebbe diventata un classico di psi­cologia sociale: "Le viol des foules par la propagande politique" (La violazione delle folle mediante la propaganda politica). Oggi la manipolazione delle coscienze è stata forgiata come un'arma sofisticatissima e temibile a disposizione di chi controlla i mezzi di comunicazione, permanentemente assisa sul presupposto reale che la folla è acqua e assume il colore di quel che ci si versa, e più è tenuta nell'ignoranza, più si colorisce. Così fin dai tempi della Bosnia si puntò a una progressiva denigrazione della Serbia attraverso i mezzi di comunicazione ricorrendo anche a diffusione di immagini truccate, come quelle riprese da un satellite del supposto massacro sul campo da calcio di Srebrenica nel 1995, funzionale in quel momento a distogliere l'attenzione dall'esodo forzoso dei serbi dalla Krajina ad opera dei croati. E interessante al proposito apprendere l'e­sistenza di società private specialistiche che, su incarico del governo USA, nella vicenda Jugoslava hanno operato in direzione di "influssi" pilotati sulla popolazione occiden­tale. Si tratta principalmente della Hill & Knowlton e della famosa Ruder Finn, legate guarda caso a centri di potere come il C.F.R., il World Affairs Council, i Circoli Bilderberg o la Rockefeller Foundation oltre, naturalmente, che alla C.I.A. o alla D.I.A. (versione militare della C.I.A.). Si tratta di società in grado di influenzare concretamente l'opinione pubblica attraverso un accurato orientamento di giornalisti, uomini politici, clubs, università, ecc.. Fu una di queste società, la Ruder Finn, a creare il montaggio dei "campi serbi di purificazione etnica" accostandoli abilmente a quelli nazisti, in un transfert di valenze che permise di porre Milosevic e compagni sul piano di Hitler, e di far propendere l'influente comunità ebraica americana a fianco di bosniaci e albanesi. Una volta ancora la voce del cannone è stata preceduta dalle sperimentate tecniche di condizionamento psicologico miranti a creare quegli "états d'esprit" necessari ad procurare il consenso per il suo impiego. Lo schema era classico: indurre emozioni e orientarle al fine di generare quella voluta reazione di univoco biasimo morale che sarebbe approdata ad una corale invocazione di un pronto ristabilimento della giustizia violata. Questa volta le tecniche di plagio si sono giovate di parole chiave ad alto contenuto emotivo o ideologico, come verità, libertà, diritti dell'uomo, democrazia, genocidio, purificazione, campi, fosse comuni, ecc. caricandole di doppi sensi e di inversioni semantiche mirate ad ottenere un effetto preordinato di legittimazione e giustificazione di un operato che, altrimenti, avrebbe rischiato di svelare il suo volto cinico e pragmatico. In ultima analisi si trattava di ottenere, attraverso parole, immagini, rumori, notizie false, provocazioni, stereotipi negativi, un rovesciamento della realtà e spacciarlo come vero. In tali operazioni, dice il direttore della Ruder Finn, James Harff, "...noi sappiamo perfettamente che la prima affermazione è quella che conta. Le smentite non hanno alcuna efficacia", come dire che, una volta innescato, il meccanismo della violazione delle folle diventa irreversibile. I Serbi, l'unico popolo della regione che nel corso della Seconda Guerra mondiale ha resistito con coraggio e determinazione all'occupazione nazista e fascista, si sono così ritrovati in virtù di tale rovesciamento a diventare i termini dell'equazione Serbi=nazisti. Gli albanesi e i bosniaci invece, che durante la seconda guerra mondiale avevano alimentato le divisioni SS Handschar, Kama e Skanderbeg, sono stati presentati al mondo intero come i patrioti che si battevano contro le nuove orde naziste ortodosse. Una volta interiorizzato dalle folle questo stereotipo, la ricercata spirale della demonizzazione del nemico è innescata. Ogni notizia infondata, finanche grottesca, come quella diffusa dall’ Associated Press: “i Serbi commettono atti di cannibalismo", viene prontamente recepita e creduta dalle folle prese di mira, e non solo. Secondo il Del Valle il Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia ha spiccato mandato di arresto per il criminale "Gruban", collocandolo al 21° posto della lista dei criminali di guerra, sulla scorta di testimonianze, rigorosamente non serbe, che il Tribunale aveva ritenuto opportuno non vagliare, in omaggio al principio che si era dato secondo il quale "non si esigono prove per ciò che è di pubblica notorietà". "Gruban", in realtà, si scoperse essere il personaggio centrale di un romanzo poliziesco di Miodrag Bulatovic "Un eroe a dorso d'asino". Le notizie da quel momento iniziarono il loro viaggio a senso unico. Poco contava che fossero gli stessi comandanti ONU della zona di Sarajevo, come il generale britannico Sir Michael Rose o il generale MacKenzie, a sostenere le pesantissime responsabilità assunte dai miliziani musulmani bosniaci nell'assassinio, coi cecchini e a mortaiate, di centinaia dei loro compatrioti, con l'unico fine di farne ricadere la responsabilità sui serbi. Alle testimonianze già note, come quel­le del giudice trentino Giovanni Kessler (oggi presidente della provincia autonoma di Trento), presente a Pristina all'inizio dei bombardamenti in veste di vice-capomissione italiana OSCE in Kosovo, che aveva pubblicamente dichiarato che nessuna strage, e men che meno genocidio era stata fino a quel momento segnalata, si sono aggiunte quelle del generale tedesco Heinz Loquai, già capo dei consiglieri militari tedeschi dell'OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) di Vienna, che in un'intervista rilasciata alla rivista "liMes" dichiarava: "[...] Conosco bene i rapporti sulla situazione provenienti dagli Esteri e dalla Difesa tedeschi: prima del 24 marzo 1999, prima dell'inizio della guerra non si fa mai cenno a pulizie etniche di massa o a genocidio in atto.... La catastrofe umanitaria è iniziata dopo gli attacchi aerei della NATO. E le catastrofi umanitarie sono state due: prima quella degli albanesi durante la guerra e poi quella dei serbi, cacciati dal Kosovo dopo la fine della guerra. In breve: la NATO ha impedito una catastrofe umanitaria fittizia, provocando due catastrofi umanitarie reali”. Poco conta che la CNN. sostenuta da forti capitali sauditi, nel 1992 presentasse come bombardamenti serbi su Sarajevo combattimenti avvenuti invece a Tbilisi, in Georgia, nulla conta che centinaia di migliaia di albanesi fuggissero dal Kosovo sotto la pioggia delle bombe NATO, il cui effetto secondario fu lo scatenamento delle (scontatissime) rappresaglie serbe: "le smentite non hanno alcuna efficacia", si limitano a constatare i persuasori occulti, sicuri del loro operato: è Belgrado la responsabile della "catastrofe umanitaria" del massiccio esodo albanese, del "genocidio" in Kosovo. La guerra ha potuto perciò svilupparsi nella direzione voluta della distruzione di obiettivi non militari (cinicamente definiti come "danni collaterali") e dell'esodo massiccio di quelle popolazioni albanesi perfettamente prevedibile che si proclamava ufficialmente di soccorrere. A guerra finita la stessa stampa anglosassone riconosce che le dimensioni dei mezzi militari distrutti sono state ben lungi da quelle trionfalistiche della martellante disinformazione in quei 78 giorni di guerra. Scriveva "Newsweek" nel maggio 2000: "secondo un rapporto dell'Aviazione americana il numero di obiettivi distrutti era una modesta frazione di quelli dichiarati: 14 carri armati e non 120; 18 veicoli trasporto truppe e non 220; 20 pezzi di artiglieria e non 450 [..] Il potere aereo in Kosovo è stato efficace non contro gli obiettivi militari, ma contro quelli civili". Di tutt'altro tenore il panorama delle distruzioni civili: una cinquantina di ponti sul Danubio (il 70% in territorio serbo) distrutti, con navigazione e porti industriali paralizza­ti, distrutta interamente l'industria petrolifera della raffinazione e il 50% delle riserve di idrocarburi, distrutto il complesso petrolchimico di Pancevo con una catastrofe ambientale collaterale di dimensioni terrificanti, distrutto il 60% del potenziale industriale, distrutta la massima parte delle telecomunicazioni, nel solo Kosovo distrutte 389 scuole, mentre in territorio serbo ne risultavano danneggiate altre 242 (il 45% del totale), svalutato il dinaro jugoslavo con abbassamento del 50% del tenore di vita del popolo serbo, 100.000 nuovi disoccupati, debito dello Stato alle stelle.... La disinformazione prosegue anche a guerra finita con la ricerca delle prove del dichiarato genocidio in un carosello di cifre, smentite e dichiarazioni. Ma il principio che "le smentite non hanno alcuna efficacia", regge, nonostante che la campagna di propaganda; come riportava il quotidiano Avvenire nel suo numero del 12 gennaio 2000, sia pian piano franata. Si è infatti passati dai 500.000 kosovari dichiarati dispersi o uccisi dell'aprile 1999 ai 100.000 proclamati dal segretario alla difesa americano William Cohen; in giu­gno la cifra era scesa a 10.000; in luglio secondo la NATO i kosovari uccisi erano 5.000. In dicembre l'OCSE parlava di 6.000 morti, in ultimo a 2.108 morti, probabilmente frutto congiunto dell'operazione "Ferro di Cavallo" scatenata dai serbi contro le basi dei guerriglieri dell'UCK prima dell'intervento NATO e dei successivi bombardamenti. Il Tribunale Penale Internazionale dell'Aia per far tornare i conti si è visto costretto a definire "fossa comune", " luogo dove si trovino più di tre corpi”. La musica per i "cattivi" è stata assai diversa. Essi infatti si sono ritrovati con duemila morti sotto le bombe e 700.000 profughi dalla Croazia e dalla Bosnia entro i loro confini, un numero destinato ad arricchirsi di altre 200.000 unità dopo la "liberazione" del Kosovo da parte della NATO. Gente la cui sorte non interessa a nessuno, come sempre accade quando la sorte pone gli uomini dalla parte sbagliata, al punto che il colonnello David Hackworth dopo la vittoria NATO poteva constatare: "vi sono stati più civili serbi massacrati che albanesi prima dell 'inizio della campagna aerea". Alla fine di 78 giorni di quotidiani bombardamenti aerei, tutti rigorosamente pianificati, ad uno ad uno, dal comando americano, il senso della sequenza che si dipana nelle operazioni svela tutto il suo freddo cinismo strategico:

- i bombardamenti NATO hanno causato l'esodo massiccio della popolazione albanese;

- la colpa viene addossata ai serbi, accusati di aver provocato una "catastrofe umanitaria";

- con questo alibi si distruggono a suon di bombe le infrastrutture e l'economia serba, proclamando a gran voce di esservi costretti per piegare il "boia" Milosevic ed obbligarlo al ritiro dal Kosovo;

- si preavvisano eventuali riottosi, in parti­colare Russia e Cina, che non saranno tollerate opposizioni al nuovo ordine mondiale americano;

- le truppe NATO prendono possesso del Kosovo "liberato".



1° A più di qualche anno di distanza possiamo aggiungere che i veri scopi strategici geopolitici sottesi dall'operazione militare nella regione sembrano in parte raggiunti, ossia: smembramento dell'ex Jugoslavia (Serbia delenda est) sancito da autorevoli pronunciamenti come quello dell'inviato speciale dell'ONU per i Balcani, Karl Bildt, membro dell'Aspen Institute e presente a Bruxelles alla sessione dei Circoli Bilderberg del 2000: "il Kosovo non farà più parte della composizione della Serbia; tale concetto appartiene ormai al passato";

2° Conquista del controllo delle zone esterne dell'Eurasia, delle rotte del petrolio e delle riserve di idrocarburi del Medio Oriente e del Caucaso di cui hanno bisogno soprattut­to la Germania e il Giappone per il loro sviluppo;

3° Estensione della NATO nei Balcani e in Eurasia per garantire la sicurezza della novel­la "via della seta del XXI secolo" anglosas­sone, cioè l'asse geoeconomico petrolifero Baku-Ceyhan volto ad inserire le repubbliche centroasiatiche in orbita turca, con espulsione della Russia dalla regione mediante la chiu­sura dell'unico passaggio ad essa virtualmente accessibile verso il Mediterraneo;

4° Costituzione in una zona geopoliticamente ideale (la "Grande Albania") per un posizionamento "di riserva" per le forze americane della NATO il giorno che la Germania decidesse di non ospitarle più sul suo territorio. Il Kosovo, infatti, è diventato un territorio in cui gli Stati Uniti stanno incardinando le basi per un lungo acquartieramento delle loro truppe, in due località battezzate Camp Bondsteel, nella zona orientale, e Camp Monteith verso il confine serbo;

5° Sostituzione unilaterale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel quale la Russia può esercitare il suo diritto di veto, con la NATO, braccio operativo degli USA, e can­cellazione del concetto di quella sovranità nazionale che fino ad ieri fondava la stessa Carta dell'ONU.

Il caos nel quale l'area è precipitata dopo la guerra è cronaca quotidiana; le consorterie e le mafie albanesi sbarcano continuamente innumerevoli clandestini sulle coste italiane, riprendendo addirittura, intorno alle isole greche, l'antica pratica della pirateria. La droga fluisce abbondante dai centri di produzione afghani attraverso le mani dei grossisti turchi per finire in quelle degli abili "dettaglianti" della mafia albanese, che all'uopo ha stabilito legami con le mafie storiche italiane. Alle polizie europee rimane solo da constatare il rapido impennarsi e l'espansione generalizzata di una criminalità efferata, una recrudescenza dei delitti tipici delle mafie e da rilevare la formazione di un "santuario" criminale fra Albania e Macedonia sotto il controllo della mafia albanese e dell'UCK. Ad un'economia stentata e povera, ma suscettibile di sviluppo è stata sostituita un'economia criminale fondata su collusioni fra politici, mafiosi e trafficanti di droga. La guerra ovviamente ha precipitato nel caos anche la Serbia, distrutta economicamente e lacerata nel tessuto sociale. Essa verrà ricostruita secondo il modello americano (coi soldi degli europei), rendendola zona di libero scambio per il mercato "globale", sulla scorta di quanto già accaduto nell'Europa del dopoguerra col piano Marshall: solve et coagula.

Il protocollo di accordo elaborato nel corso dei farseschi negoziati al castello di Rambouillet che avevano preceduto la guerra prevedeva, all'articolo 8, lo stazionamento delle truppe di occupazione NATO diretta­mente sull'intero territorio serbo, obiettivo non ancora raggiunto neppure oggi. Non dovrà pertanto sorprendere la secessione del Montenegro, unico sbocco serbo (e quindi russo) sull'Adriatico, o del Sangiaccato, territorio la cui appartenenza alla Federazione jugoslava impedisce la chiusura della "cintura verde" musulmana intorno al mondo russo-ortodosso. La secessione della Voivodina, invece, in direzione dell'Ungheria, porterebbe la NATO a ridosso della stessa Belgrado. Concludo con un aspetto poco noto, ma non per questo trascurabile, delle conseguenze della guerra del Kosovo. Pare non vi siano più dubbi che "è stata proprio la guerra a seminare odio vero"e che dopo questa guerra tutti si odiano di più, vivono in maggiori ristrettezze, tra macerie, ordigni inesplosi seminati nei campi, e un'economia rovinata. Potremmo chiederci a chi possa giovare un'economia rovinata. Certamente ai mondialisti. Una cultura legata alla terra tende per sua natura ad un'economia di autosufficienza, condizione aborrita in quella Open Society della globalizzazione economica (protagonista di spicco e attiva soprattutto nei paesi ex comunisti, nuovo modello di società sostenuta finanziariamente dal principe degli speculatori di Wall Street, l'israelita Soros) fondata sul più spinto mercantilismo economico e, a livello sociale, sulla trasgressione morale illimitata. Nell'ottica dell'economia globale la dipendenza di tutti da tutti, coniu­gata a una concorrenza spietata che tende ad escludere da ogni beneficio la parte più indi­fesa del corpo sociale - per secoli invece così mirabilmente tutelata dalla carità e dallo spirito cattolico - è infatti un imperativo irrinunciabile del massonico solve. Viene così susci­tata a livello di nazione la forzata delega di sovranità a organismi più ampi, esterni alla nazione, in grado di gestire la sua economia e ai quali spetta di progettare la successiva fase del coagula, sotto l'abile regia occulta dell'Alta Finanza e dei cenacoli superiori. Ben vengano quindi i campi seminati di bombe e di decine di migliaia di mine che scoraggiano il lavoro della terra e suscitano una massa di affamati in movimento (prima della guerra la disoccupazione nella sola Serbia era del 25% della forza lavoro, grazie all'annoso embargo imposto dall'ONU) da sfruttare per i nuovi piani di architettura sociale. Una forza lavoro che potrebbe ad esempio essere utilmente impiegata nei faraonici progetti di convogliamento del petrolio e del gas naturale dai nuovi giacimenti del Caucaso verso l'Europa, sotto controllo americano, di giganteschi oleo-gasdotti, affiancati da autostrade, ferrovie, cavi per telecomunicazioni, diretti verso il porto di Durazzo e verso il Nord Europa, la Germania in particolare, attraverso il Kosovo, e quindi la Serbia e Belgrado, cambiando la geografia economica e antropica di quelle regioni.

Per ricapitolare: Il 24 marzo 1999 partì l’attacco a Serbia, Montenegro e Kosovo con l’Italia in prima fila.78 giorni di bombardamenti di un paese sovrano, senza mandato ONU e in violazione del diritto internazionale. Oltre alle vittime dei bombardamenti, le tonnellate di uranio impoverito hanno provocato nella popolazione un incremento del 25% degli aborti spontanei, del 15% delle malformazioni nei feti, del 17% di leucemie e tumori!

Cari giornalisti ed intellettuali, ma soprattutto servi del sistema, chi sono le vere “BESTIE”?

Emilio Giuliana

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