Emilio Giuliana


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Extracomunitari per l'Inps

Articoli 2010

"Extracomunitari per l'Inps ? Figli per la Patria!"

Il progressivo declino demografico della nostra Nazione, su cui si è soffermato recentemente il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Maurizio Sacconi, è un fenomeno drammatico e riconoscibile da tutti, che si può compendiare in pochi ma significativi dati.

Il tasso di natalità italiano (numero delle nascite ogni 1.000 persone), pari al 9,2 (rispetto al 49,6 della Repubblica Democratica del Congo, che detiene il tasso più alto al mondo) è al 183mo posto tra quelli di 195 Stati (dati ONU 2005-2010). Il tasso di fertilità italiano (numero di figli per donna), pari al 1,38 (rispetto al 7,19 del Niger, che detiene il tasso più alto al mondo) è al 173mo posto tra quelli di 195 Stati (dati ONU 2005-2010) ed è inferiore a quello medio dell’Unione Europea (pari a 1,5). Per l’aspettativa di vita, invece, l’Italia è al 12mo posto su 195 Stati (77 anni e mezzo per gli uomini e 83 anni e mezzo per le donne, dati ONU 2005-2010). L’aspettativa di vita è peraltro destinata a salire vertiginosamente fino al 2050 (quando si supereranno gli 82 anni per gli uomini e gli 87 per le donne). Il fenomeno non è unicamente italiano o europeo: in Cina nel 2005 gli anziani ultrasessantenni ammontavano solo al 10% della popolazione, nel 2040 passeranno al 28%.

Ciò ha inevitabili e macroscopiche ripercussioni sul nostro sistema pensionistico, che già oggi assorbe il 14% del Prodotto Interno Lordo (circa un settimo di tutta la ricchezza prodotta dalla Nazione in un anno). Con la riforma pensionistica Dini del 1995 fu introdotto un nuovo sistema di calcolo del trattamento pensionistico, c.d. “contributivo”, per chi ha iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996. La pensione “contributiva” viene calcolata sulla base del montante dei contributi versati durante tutta la vita lavorativa, sulla base di un coefficiente di trasformazione indicizzato al tasso di crescita del PIL, commisurato all’aspettativa di vita del futuro pensionato e periodicamente aggiornato. Per chi invece al 31 dicembre 1995 aveva maturato 18 anni di contributi, il calcolo della pensione viene effettuato con il più vantaggioso sistema retributivo, ovvero in base alla retribuzione degli ultimi anni di servizio che sono i meglio remunerati per il lavoratore. Chi al 31 dicembre 1995 aveva meno di 18 anni di contribuzione, rientra nel sistema “misto” ovvero retributivo per i periodi fino al 31 dicembre 1995 e contributivo per i periodi successivi al 1° gennaio 1996. Pertanto, l’attuale sistema pensionistico penalizza particolarmente i giovani. Nell’attuale sistema a ripartizione, l’onere di mantenere un numero di anziani sempre crescente ricadrà su una platea di lavoratori attivi sempre meno numerosa. Addirittura, secondo il “Sole 24 Ore”, intorno al 2025 il numero totale dei lavoratori attivi potrebbe essere superato da quello dei pensionati. I dati Eurostat riferiti all’Italia parlano di un “indice di dipendenza” (numero degli ultrasessantenni in rapporto alla popolazione di età compresa tra i 20 e i 59 anni) che salirà progressivamente dal 45,1% del 2005 al 95,5% (cioè praticamente un pensionato per ogni lavoratore) del 2050. Inoltre i lavoratori attivi, al momento del pensionamento, godranno di un tasso di sostituzione (rapporto tra stipendio e pensione) pari al 64% con 40 anni di contributi nel 2050 (rispetto all’80% di chi va in pensione con il sistema retributivo), con riduzioni proporzionali per pensionamenti con anzianità contributiva inferiore.

Non appena si parla di far quadrare i conti pubblici, subito la mente corre all’elevazione dei requisiti (anagrafici e contributivi) necessari per il conseguimento del diritto a pensione. In tal senso sono andate le riforme degli ultimi 20 anni (Amato 1992, Dini 1995, Prodi 1997, Maroni 2004, Damiano 2007). Ed è anche naturale che per far quadrare i conti si tenda a diminuire o ritardare le uscite. Proprio di questi giorni è l’introduzione, con il decreto-legge 78/2010, di una norma che ritarda il momento di pensionamento effettivo mediante l’introduzione della c.d. “finestra mobile” posticipata di 12 mesi (lavoratori dipendenti) o 18 mesi (lavoratori autonomi) rispetto alla data di maturazione del diritto a pensione. L’alternativa sarebbe l’aumento delle aliquote contributive .

L’INPS, primo ente previdenziale italiano, amministra oltre 17 milioni di pensionati e 24 milioni di lavoratori attivi, sia dipendenti che autonomi. Il bilancio dell’INPS per l’anno 2009 si è chiuso, secondo stime da confermare in sede di rendiconto consuntivo, con 5,9 miliardi di Euro di utile di esercizio. Occorre però tenere conto che l’attivo dell’INPS è illusorio, dato che è alimentato dai contributi versati dai lavoratori stranieri, che fino ad oggi hanno garantito solo entrate, ma che domani si aggiungeranno fatalmente ai percettori di pensioni. La dimostrazione della correlazione tra l’apporto contributivo dei lavoratori stranieri e l’andamento del bilancio dell’INPS è dimostrato da queste semplici cifre: nel 2001, a fronte di 1 milione di lavoratori stranieri iscritti, l’INPS aveva un utile di esercizio di 1 miliardo di Euro; negli anni successivi il numero dei lavoratori stranieri iscritti e dell’utile di esercizio è progressivamente aumentato fino al 2008 rispettivamente a 2 milioni e 200.000 lavoratori stranieri e 6,9 miliardi di Euro. Nel frattempo, il numero dei lavoratori italiani che versano contributi all’INPS è stazionario a 21 milioni e mezzo. Ma bisogna anche tenere conto che il 35% delle entrate dell’INPS è costituito da trasferimenti statali (su 279 miliardi di Euro di entrate previste per il 2010, solo 148 hanno natura contributiva) e che la crisi economica che attanaglia l’Italia e l’Europa sta facendo lievitare paurosamente la spesa per la cassa integrazione guadagni.

L’ INPDAP è il secondo ente previdenziale italiano, che gestisce 2,6 milioni di pensionati e 3,5 milioni di lavoratori del pubblico impiego. L’INPDAP ha avuto nell’anno 2008 un disavanzo di 5 miliardi e 316 milioni di Euro, salito nel 2009 a 8,2 miliardi di Euro. Le cause di questo deficit vengono da lontano. Fino alle riforme Amato del 1992 e Dini del 1995, nel pubblico impiego era possibile andare in pensione con 15 (per le donne) o 20 anni di contributi. Le riforme che si sono succedute negli anni hanno lasciato intatti, considerandoli come “diritti acquisiti” i privilegi dei cosiddetti “pensionati baby” (si calcola che in Italia ci siano circa 80.000 pensionati di età inferiore ai 50 anni), limitandosi a colpire le generazioni future e in particolare, come abbiamo visto, i lavoratori assunti dal 1° gennaio 1996. Queste pensioni graveranno, fino alla morte dei beneficiari e oltre, in caso di superstiti aventi diritto alla pensione di reversibilità, sulle casse dell’INPDAP. A determinate categorie di lavoratori pubblici, in primis gli appartenenti alle forze armate e alle forze di polizia, in genere già in età anagrafica inferiore ai 50 anni, le commissioni mediche concedono sistematicamente la pensione di infermità prima e di privilegio (a seguito del riconoscimento della “causa di servizio”) poi. Quindi, la spesa previdenziale dell’INPDAP resterà incomprimibile fino al momento in cui il legislatore non si deciderà a tagliare retroattivamente le “pensioni baby” e a imporre alle commissioni mediche di essere più restrittive nell’emanazione dei loro referti. Occorre infine tenere conto del fatto che le entrate dell’INPDAP derivano dai contributi versati dai dipendenti pubblici: da ormai più di 15 anni si assiste a riduzioni degli organici di tutte le pubbliche amministrazioni, fino in molti casi al cosiddetto “blocco del turnover”. Questo assottigliamento del bacino dei contribuenti comporta minori entrate all’INPDAP a fronte di crescenti uscite pensionistiche, con conseguente ed inevitabile perdita d’esercizio.

Lasciando da parte la situazione dell’INPDAP, che merita analisi specifiche per la peculiarità del bacino d’utenza che gestisce, occorre esaminare con quale ricetta le forze politiche e sociali intendano garantire la tenuta del sistema pensionistico italiano. I dati INPS hanno portato i sindacati e molte forze politiche, non solo di sinistra, a ritenere che la soluzione per far quadrare i conti del nostro stato sociale fosse proprio quella di un maggiore afflusso di extracomunitari. Afflusso che, in buona parte, dipende proprio da come il “welfare” europeo ha disincentivato, mediante misure assistenziali, la collocazione della forza lavoro nazionale, disoccupata o in cerca di prima occupazione, in lavori generalmente considerati “umili” (agricoltura, nettezza urbana, etc.). Questa posizione è stata addirittura adottata in modo ufficiale dell’Unione Europea. La Commissione dell’Unione Europea, con la comunicazione «Il futuro demografico dell'Europa, trasformare una sfida in un'opportunità» (12 ottobre 2006) ha dettato le sue (preoccupanti) linee guida per la risoluzione del problema pensionistico negli anni a venire. Nel suddetto documentato, si afferma che “l’immigrazione (1,8 milioni di immigrati nell'UE nel 2004; 40 milioni nel 2050 secondo le proiezioni di Eurostat) potrebbe compensare gli effetti della ridotta natalità e dell'allungamento della vita”. Si impone pertanto di creare “un'Europa organizzata per ricevere e integrare i migranti”: “l’UE, dal territorio attrattivo, è impegnata con gli Stati membri nello sviluppo di una politica comune di immigrazione legale. Infatti, nel corso dei 20 prossimi anni, l'Europa dovrà attirare manodopera esterna qualificata al fine di soddisfare i bisogni del mercato del lavoro. Spetta parimenti all'Unione il compito di promuovere la diversità e di lottare contro i pregiudizi per una migliore integrazione economica e sociale dei migranti”. Ma abbiamo già visto sopra che gli immigrati, contribuenti di oggi, come pensionati di domani contribuiranno alle uscite e certamente non alle entrate dell’INPS. Quello che danno oggi, se lo riprenderanno domani con gli interessi. Non solo: per avere un effetto benefico sui conti pensionistici dei paesi europei ripristinando un tasso di dipendenza (rapporto tra lavoratori attivi e pensionati) adeguato, occorrerebbero altri 710 milioni di extracomunitari in tutta Europa entro il 2050 (dati ONU 2001), ovvero più dei 500 milioni di attuali abitanti dell’Unione Europea.

Ma consideriamo anche le “esternalità negative” connesse al fenomeno immigratorio. Se la presenza degli immigrati non è una posta attiva in riferimento al bilancio dell’INPS, è sicuramente una posta passiva rispetto a tutto il resto. Intanto gli immigrati che lavorano e quindi versano imposte e contributi sono poco più della metà del totale. Su 4 milioni e 279.000 stranieri presenti in Italia al 1° gennaio 2010 (7,1% della popolazione totale, dato Istat), solo 2 milioni e 200.000 siano contribuenti INPS. Lo stesso fenomeno si può rilevare, ad esempio, nei Paesi Bassi (dove il 40% degli extracomunitari gode di sussidi pubblici) e in Germania (dove lavorava, nel 1983, il 65% degli immigrati, a fronte del 38% del 1993). E in Italia tutti gli extracomunitari gravano pesantemente nostro stato sociale: per gli asili nido e per le case popolari dei comuni, nelle cui graduatorie hanno sistematicamente la meglio sui concorrenti italiani; per l’assistenza sanitaria, che come è noto è principalmente a carico delle imprese italiane che pagano l’IRAP alle Regioni; per la scuola, dove la presenza extracomunitaria crea problemi organizzativi enormi e mette a dura prova i dogmi assimilazionisti; per le altre spese sociali e assistenziali erogate dallo Stato e dagli Enti Locali. Ma bisogna tenere conto anche dell’impatto devastante della presenza extracomunitaria sulla sicurezza interna e sull’ordine pubblico, con tutto ciò che ne consegue: onerosità del contrasto all’immigrazione clandestina e della gestione dei centri di permanenza temporanea (dal 2008 denominati “centri di identificazione e espulsione”); incidenza notevole dell’immigrazione sul numero totale dei reati e della popolazione carceraria (20.000 detenuti, pari al 38% del totale); infiltrazione di cellule terroristiche medio-orientali e reclutamento di terroristi, come più volte emerso dalle cronache.

Per noi, la conclusione di questo discorso è una sola: l’Italia non è terra d’immigrazione. La Nazione Italiana deve conservare immutate anche per l’avvenire le caratteristiche etniche, linguistiche e culturali ereditate dal passato. Per la difesa della nostra identità, per garantire al nostro sistema economico un mercato interno adeguato e per la tenuta del nostro sistema sociale e previdenziale, lo Stato deve promuovere con tutti i mezzi l’incremento demografico delle famiglie italiane. Si può e si deve cominciare con l’aiuto alle lavoratrici madri. Un concreto aiuto sarebbe un congedo parentale con indennità sostitutiva dello stipendio, a carico della gestione previdenziale di competenza, pari all’80% della retribuzione fino al terzo anno di vita del bambino. Detto beneficio spetterebbe a tutte le donne che decidono di non lavorare per seguire i figli fino all’età di accesso alla scuola materna (3 anni). Ad esso si dovrebbe affiancare la possibilità di poter conciliare i tempi di lavoro con quelli da dedicare alla cura dei figli. Occorre introdurre la preferenza nazionale per i lavoratori italiani nelle assunzioni in tutti i posti di lavoro e, in caso di licenziamenti collettivi o mobilità, nel mantenimento del posto di lavoro. Contestualmente, è necessario disporre il blocco di ogni ulteriore immigrazione extraeuropea e la sostituzione degli immigrati extra-europei presenti con i disoccupati italiani, mediante rimpatrio dei primi e fino alla piena occupazione dei secondi.

Abbiamo bisogno di figli, di nuovi Italiani, di nuovi Cittadini che sentano e amino l’Italia come la propria Patria, non di estranei che si stabiliscono sul nostro territorio nazionale con l’intento nemmeno troppo recondito di costituirvi enclavi allogene che sfuggano al controllo dell’autorità o embrioni di califfati islamici. Solo così la nostra Nazione, e l’Europa tutta, potranno sopravvivere anche nel ventunesimo secolo e proseguire la loro plurimillenaria missione civilizzatrice

Oristano, 4 giugno 2010
www.fiammafutura.net

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