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Articoli 2010
Ritengo che il fenomeno relativo all'immigrazione si possa fissare in tre principi fondamentali: è «di gestione complessa», comporta «sfide drammatiche» e non tollera soluzioni sbrigative.
1. Il primo principio è l’affermazione dei «diritti delle persone e delle famiglie emigrate». Una volta che è arrivato nel Paese di destinazione, il migrante deve vedersi riconosciuti i «diritti fondamentali inalienabili» e dev’essere sempre trattato come una persona, mai «come una merce».
2. Il secondo principio è che si devono ugualmente salvaguardare i diritti «delle società di approdo degli stessi emigrati»: diritti non solo alla sicurezza ma anche alla difesa della propria integrità nazionale e della propria identità culturale, storica e razziale.
3. Il terzo principio riguarda i diritti delle società di partenza degli emigrati, che si deve porre attenzione a non svuotare di risorse e di energie, sottraendo loro con l’emigrazione persone che sarebbero utili e necessarie nel Paese di origine. Va sempre posta attenzione al «miglioramento delle situazioni di vita delle persone concrete di una certa regione, affinché possano assolvere a quei doveri che attualmente l’indigenza non consente loro di onorare»: anzitutto dove sono nate, e senza essere costrette o indotte all’emigrazione.
Questi principi sono violati da due distinti atteggiamenti e ideologie. Il primo principio è negato dalla xenofobia, cioè dalla convinzione che l’altro, lo straniero è per definizione inferiore a chi abita da sempre il Paese di approdo dell’emigrazione e può essere quindi discriminato in quanto straniero. C’è una xenofobia rozza e talora semplicemente stupida e ce n’è una più scaltra e sottile, quella di chi sfrutta la diffusione di questi sentimenti per la manipolazione degli immigrati al servizio di strategie di potere economico – l’immigrato è considerato soltanto un lavoratore che costa meno – quando non criminale. Un certo «turbocapitalismo» davvero considera l’immigrato «come una merce» e non come una persona.
Il secondo e il terzo principio sono violati dall’immigrazionismo – l’espressione è stata coniata dal politologo francese Pierre-André Taguieff e ripresa dal giornalista statunitense Christopher Caldwell nel suo libro Riflessioni sulla rivoluzione in Europa , cioè dall’ideologia secondo cui l’immigrazione è sempre e comunque un fenomeno eticamente e culturalmente buono ed economicamente vantaggioso, e negare che lo sia è di per sé manifestazione di xenofobia e di razzismo.
Sarebbe sbagliato sostenere che la xenofobia sia sempre «di destra» e l’immigrazionismo «di sinistra». C’è una sinistra – per esempio sindacale – che manifestando timori per la concorrenza degli immigrati sul mercato del lavoro assume toni xenofobi. E l’immigrazionismo ha una versione «di sinistra» e una «di destra». Nel suo libro Caldwell ricostruisce la genesi dell’immigrazionismo «di destra» in Europa, da Nicolas Sarkozy a Gianfranco Fini.
C’è peraltro una differenza fra immigrazionisti di sinistra e di destra. I primi pensano che – per fare ammenda del passato coloniale e del presente neo-colonialista e imperialista – l’Occidente debba tollerare dagli immigrati comportamenti che non sopporterebbe mai dai suoi cittadini. La delinquenza commessa da immigrati sono visti dall’immigrazionista di sinistra con una certa indulgenza: dopo tutto, dirà, «li abbiamo sfruttati per anni», e se protestano in modo non precisamente civile «non è poi tutta colpa loro». L’immigrazionista di destra assicura che, se viola la legge, l’immigrato sarà trattato con la dovuta severità dalla polizia. «Tutti devono rispettare la legge», ripetono i Sarkozy e i Fini. Si può subito rispondere che questo è ovvio – solo l’ideologismo sfrenato dell’immigrazionista di sinistra suggerisce che qualcuno possa non rispettare la legge –: ma non è abbastanza. Un immigrato che non brucia le automobili del quartiere e non picchia i poliziotti – ma nello stesso tempo vive e pensa secondo valori antitetici a quelli europei – è veramente una risorsa per l’Europa oppure rimane un problema?
Raramente la xenofobia è sostenuta da una elaborazione culturale. La xenofobia si combatte, con il richiamo alla figura naturale e cristiana della persona creata, voluta e amata da Dio qualunque siano la sua etnia, la sua lingua e la sua nazionalità. Ci sono però dei «professionisti dell’anti-razzismo» che manipolano pericolosamente la lotta alla xenofobia sfruttandola per diffondere il relativismo culturale,cioè l’idea che tutte le culture sono uguali e che non esistono culture migliori o peggiori di altre. Questo «eclettismo culturale», che rischia di diffondersi anche a causa della globalizzazione che fa incontrare più spesso e più rapidamente le culture tra loro, sostiene che le culture sono «sostanzialmente equivalenti». Questa è un’opinione molto diffusa, ma è pure il cuore stesso del relativismo. Le culture non sono affatto tutte dello stesso valore. Vanno giudicate alla luce della loro capacità di servire il bene comune e i veri diritti della persona, che non tutte le culture rispettano nello stesso modo. Una cultura fondata sulla poligamia e una fondata sul matrimonio monogamico non sono «equivalenti». Alla luce non solo della religione ma anzitutto del diritto naturale, che s’impone a tutti sulla base della ragione, la poligamia è sbagliata e la monogamia è giusta. Sono affermazioni poco «politicamente corrette», ma che vanno assolutamente mantenute se si vogliono difendere i diritti della verità ed evitare di promuovere il relativismo.
A differenza della xenofobia, l’immigrazionismo è sostenuto da argomenti di notevole impegno intellettuale. Non sarebbe dunque giustificata nell’esame del problema una par condicio nel criticare le due deviazioni – xenofobia e immigrazionismo – dai principi che una naturale dottrina sociale fissa in tema d’immigrazione. Dal punto di vista intellettuale l’immigrazionismo è più insidioso, rischia di essere più persuasivo e dunque richiede una confutazione più articolata.
Le quattro tesi dell’immigrazionismo
La propaganda immigrazionista si fonda su quattro tesi fondamentali, che è opportuno esaminare e confutare una per una.
1. La prima tesi è di carattere quantitativo. Sostiene che in Europa, dopo tutto, gli immigrati sono ancora una minoranza e l’allarmismo è ingiustificato. Echi di questa tesi si trovano, per esempio, nel rapporto Caritas/Migrantes Immigazione Dossier Statistico 2009. XIX Rapporto (IDOS, Roma 2009), è caratterizzato nei commenti da una buona dose d’immigrazionismo. Gli immigrati regolari (esclusi dunque i clandestini) secondo questo rapporto in Italia sono 4.330.000. La cifra – si dice – può essere considerata alta da chi vede il bicchiere mezzo vuoto. Ma per l’ottimista che lo vede mezzo pieno gli immigrati sono meno del dieci per cento dei circa sessanta milioni di residenti sul territorio italiano. E il dato è analogo per l’Unione Europea nel suo insieme: cinquecento milioni di cittadini, cinquanta milioni d’immigrati. Ci sarebbe dunque posto per tutti. Il problema, però, è che questo ragionamento guarda al dato sugli immigrati come a una fotografia. Ma l’immigrazione è un processo, e dunque è necessario guardare non alla fotografia o al singolo fotogramma ma al film. Così – stando sempre ai dati Caritas relativi agli immigrati regolari – questi erano 2.670.514 nel 2005 e appunto 4.330.000 alla fine del 2008. Proiettando semplicemente il dato – e guardando appunto il decorso nel tempo, il film e non solo la fotografia – ci si accorge che saranno più che raddoppiati in cinque anni, dal 2005 al 2010. Ed erano già raddoppiati, da 1,3 a 2,6 milioni, dal 2003 al 2005. A questi ritmi nel 2030 ci sarebbero in Italia dodici milioni d’immigrati regolari, venti milioni nel 2050. Ed è un film già visto altrove: in Olanda, su tredici milioni di residenti, oltre tre milioni sono immigrati extra-comunitari, e questi sono un milione e mezzo su nove milioni di residenti in Svezia.
Naturalmente, questi dati li conoscono anche gli immigrazionisti. Rispondono invitandoci a un duplice atto di fede: dovremmo credere che in futuro ci saranno meno immigrati, e meno figli di immigrati nati nei nostri Paesi. Sul primo punto, battono la grancassa su dati ampiamente pubblicizzati secondo cui il sovraffollamento demografico è un fenomeno che va sparendo in tutto il mondo. Ma dimenticano che il sovraffollamento demografico non è l’unica ragione che spinge a emigrare. Per limitarsi a un esempio semplice – che presento solo come una prima approssimazione, perché in realtà le concause in gioco sono molte – in molti Paesi dell’Europa dell’Est non c’è nessuna esplosione demografica, anzi ci sono problemi di denatalità. Tuttavia si continua a venire in Italia, non perché non ci sia spazio a casa propria ma perché si vede la televisione italiana e ci si convince, a torto, che il nostro è il Paese di Bengodi dove ci si può arricchire rapidamente.
Quanto al secondo punto, è vero che le seconde e le terze generazioni, per esempio, di marocchini venuti in Italia iniziano a essere influenzate dal clima culturale e morale italiano e a limitare il numero dei figli. Ma questo rimane comunque più alto di quello degli italiani «nativi», e del resto continuano ad arrivare immigranti di prima generazione le cui abitudini demografiche rimangono per un certo periodo di tempo quelle del Paese di origine. Non vi è dunque nessuna certezza che il tasso di crescita dell’immigrazione diminuirà in futuro. E nessun Paese del mondo può permettersi le percentuali d’immigrati che si profilano all’orizzonte italiano ed europeo.
Gli esempi degli Stati Uniti o dell’Australia, invocati dagli immigrazionisti, non sono pertinenti, perché questi sono Paesi composti quasi interamente da immigrati. A meno di non considerare «americani» solo gli indiani e «australiani» solo gli aborigeni.
2. Secondo argomento: accogliere grandi quantità d’immigrati, si dice, è un imperativo morale. Lo affermano politici di sinistra e (talora) di destra, e anche ecclesiastici catto comunisti. Si afferma che questo è il contributo moralmente obbligatorio dell’Unione Europea – anche come penitenza per i peccati del colonialismo – per risolvere i problemi della fame del mondo e del sottosviluppo. Ma, a prescindere dal fatto che presentare il colonialismo come soltanto dannoso e malvagio è piuttosto unilaterale e storicamente discutibile, non c’è nessuna prova convincente che sia meno costoso per l’Europa e più proficuo per il Terzo Mondo trasferire da noi milioni d’immigrati extra-comunitari piuttosto che destinare le stesse risorse ad aiutarli nei loro Paesi d’origine. Ci sono anzi fondati indizi del contrario. Chi afferma che molti immigrati sono ottimi candidati alla cittadinanza ci racconta spesso quanti geni dell’informatica, ottime infermiere e bravi medici vengono dai Paesi del Terzo Mondo. Ma non riflette sul costo etico costituito dal fatto che così facendo si sottraggono ai Paesi d’origine proprio quelle élite che sarebbero loro indispensabili per uscire dal sottosviluppo. L’infermiera ugandese che viene in Italia è sottratta all’Uganda, dove servirebbe come il pane per combattere le epidemie.
Al contrario, c’è un argomento etico per opporsi all’immigrazionismo, fondato sul rispetto dei diritti delle maggioranze, non meno importanti di quelli delle minoranze. La maggioranza dei cittadini dell’Unione Europea nei sondaggi e anche nelle elezioni si dichiara contraria ai progetti immigrazionisti. Nonostante l’opinione maggioritaria dei cittadini europei, questi progetti continuano a essere trasposti nelle leggi di molti Paesi. Il fatto che il parere della maggioranza degli elettori sia ignorato non crea forse un problema alla democrazia?
3. Il terzo argomento degli immigrazionisti è di tipo economico. Questa tesi è talora ripetuta acriticamente anche da critici dell’immigrazione. Si dice che l’Europa, a causa della denatalità, ha bisogno d’immigrati – non importa provenienti da dove –: e in ogni caso ci sono «lavori che nessun europeo vuole più fare» e che possono essere svolti solo dagli immigrati. È vero, l’Europa ha un drammatico problema demografico e le cifre sono ormai quelle tipiche di civiltà moribonde. Ma non è certo che l’aumento indiscriminato degli immigrati sia la soluzione, per tre principali motivi.
In primo luogo, gli immigrati extra-comunitari, con i loro bassi salari, spesso tengono in vita temporaneamente posti di lavoro comunque destinati a sparire. Questo accanimento terapeutico non è necessariamente salutare per l’economia. L’industria tessile del Nord della Francia e una buona parte della siderurgia in Germania avrebbero perso comunque la grande maggioranza dei loro posti di lavoro alla fine del XX secolo per ragioni indipendenti dal calo demografico: a causa del progresso tecnologico e della disponibilità di prodotti a costi minori provenienti dalla Cina. Questi posti di lavoro – che non avrebbero potuto essere conservati al salario normale di un operaio francese o tedesco – sono sopravvissuti per qualche anno grazie all’impiego d’immigrati sottopagati. Ma alla fine le officine hanno comunque chiuso. Tenerle in vita artificialmente per qualche anno è stato possibile grazie agli immigrati. Ma i costi hanno superato i benefici. Sarebbe stato meglio chiuderle prima.
In secondo luogo, i «lavori che nessun europeo vuole» sono spesso «lavori che nessun europeo vuole se il salario non è attraente». Esistono pochissimi lavori che gli europei si rifiutano di fare «qualunque sia il salario». La verità è un’altra: ci sono datori di lavoro che preferiscono impiegare per certi lavori gli immigrati, i quali costano meno. Questo altera e distorce il mercato del lavoro, e viola i diritti dei cittadini disoccupati che si vedono passare davanti immigrati disposti a lavorare a basso costo. Si assiste al paradosso per cui in alcuni Paesi, mentre aumenta la disoccupazione, aumenta contemporaneamente anche l’immigrazione.
4. Il quarto argomento degli immigrazionisti è sociale. Sempre a causa della natalità (e naturalmente del fatto che grazie ai progressi della medicina si vive più a lungo), il welfare europeo è in profonda crisi. Per dirla semplicemente, ci sono troppi pochi giovani e troppi vecchi, troppi pochi lavoratori che sostengono con i loro contributi gli enti previdenziali e troppi pensionati. In alcune zone d’Europa in cinquant’anni si è passati da una situazione dove una media di quattro lavoratori sosteneva un pensionato a una dove per ogni pensionato ci sono solo due lavoratori. Di qui la presunta idea geniale dei teorici immigrazionisti: niente paura, ci penseranno gli immigrati extra-comunitari. I due lavoratori che mancano all’appello perché ogni pensionato sia di nuovo sostenuto da quattro pagatori di contributi li importiamo dal Marocco o dal Pakistan. Anche il citato rapporto Caritas/Migrantes 2009 insiste su questo punto: gli immigrati (regolari) sono un buon affare per il welfare perché danno agli enti previdenziali più di quanto ricevono.
Ma le cose non stanno proprio così. Ancora una volta ci si propone una fotografia, mentre per capire abbiamo bisogno di un film. Sarà forse una novità per qualche immigrazionista, ma dovrà farsene una ragione: anche gli immigrati invecchiano e un giorno diventeranno pensionati. In Italia l’immigrazione è un fenomeno relativamente recente e gli emigrati pensionati sono pochi. Ma sono destinati fatalmente ad aumentare. Gli immigrati inoltre di solito hanno lavori poco remunerati, dunque pagano contributi relativamente bassi. Uno studio dettagliato sulla Spagna citato da Caldwell nel suo libro mostra che in cinquant’anni, aumentando del 50% il numero degli immigrati extra-comunitari, le entrate degli enti previdenziali crescono solo dell’8%. Inoltre, fin da subito, sia loro sia i loro figli hanno come chiunque problemi di salute di cui la previdenza sociale si deve fare carico. Una soluzione, per la verità, ci sarebbe, e qualcuno (non in Italia) l’ha anche seriamente sostenuta, senza neppure farsi dare del nazista: considerare gli immigrati «lavoratori ospiti» e rimandarli a casa quando hanno finito di lavorare, far pagare i contributi oggi ma non versare alcuna pensione domani. La soluzione provocherebbe tensioni tali da non potere essere presa davvero in considerazione da nessuno. E manderebbe anche alla rovina qualunque argomento etico degli immigrazionisti.
C. Leggi immigrazioniste: la cittadinanza breve
Il 30 luglio 2009 gli onorevoli Fabio Granata (PDL) e Andrea Sarubbi (PD) – al dire della stampa, longa manus rispettivamente degli onorevoli Gianfranco Fini e Massimo D’Alema – hanno presentato una proposta di legge (n. 2760) dal titolo Modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza. Tra le diverse modifiche legislative proposte, tutte all’insegna di percorsi più facili perché gli immigrati possano ottenere la cittadinanza italiana, la norma saliente che si propone d’introdurre riduce da dieci a cinque anni il tempo di permanenza sul territorio nazionale che consentirebbe, previo un semplice esame di lingua e di educazione civica, di diventare cittadini italiani. Il 16-17 ottobre 2009 ad Asolo (Treviso) la Fondazione FareFuturo, che fa capo all’on. Fini, e la fondazione Italianieuropei, che fa capo all’on. D’Alema, hanno presentato un rapporto – firmato peraltro dalla sola Fondazione FareFuturo – dal titolo Immigrazione integrata e cittadinanza di qualità. Un contributo alla definizione delle politiche migratorie (FareFuturo, Roma 2009). Vi si espongono argomenti a sostegno della proposta di legge Granata-Sarubbi e si lancia l’ulteriore proposta dell’introduzione di un insegnamento della religione islamica nelle scuole italiane. - Quanto alla cittadinanza breve, la proposta si basa su una confusione fondamentale. La cittadinanza è il cuore – delicatissimo – della nazione. Se per ipotesi paradossale si trasferisse in una nazione in qualche mese un numero di stranieri superiore a quello dei cittadini, e se questi stranieri fossero dichiarati cittadini mettendo in minoranza i «nativi», la nazione – che è ben più di un semplice spazio geografico – cesserebbe di esistere. Certo, è possibile cambiare nazionalità. Ma questa modifica non è creata: è riconosciuta dalla legge. Lo Stato, cioè, prende atto che Tizio che vive in Italia da tanti anni, parla da italiano, pensa da italiano ormai è italiano. Perché il processo sia completo e non ambiguo Tizio dovrebbe, vedendosi riconosciuta la cittadinanza italiana, rinunciare alla sua cittadinanza di origine. L’idea che si potesse avere due cittadinanze era una facilitazione pensata anzitutto per gli italiani d’altri tempi emigrati all’estero. Non dovrebbe avere più ragione di esistere oggi: non c’è in Paesi come la Germania e l’Olanda, mentre c’è nella nostra legge vigente e c’è nella proposta Granata-Sarubbi. Se Tizio si sente italiano, lo dimostri anzitutto rinunciando a ogni altra cittadinanza. Riconoscere la cittadinanza è la fine di un processo d’integrazione o assimilazione: non è il suo inizio. La proposta Granata-Sarubbi confonde appunto l’inizio e la fine del processo. Concede subito la cittadinanza nella speranza che questa concessione faciliti una successiva integrazione. Gli immigrati moderni – spesso estremamente mobili, pronti a scrutare le condizioni migliori e a studiare il mercato del lavoro per trasferirsi da un Paese all’altro o tornare a casa – raramente dopo cinque anni di soggiorno in Italia hanno cambiato così radicalmente mentalità da non sentirsi più né essere considerati dai loro vicini cinesi, marocchini o nigeriani ma soltanto e a tutti gli effetti italiani. La proposta di legge dunque nasce vecchia, perché pensa a un antico tipo d’immigrato, quello che partiva con il piroscafo per l’America e sapeva bene che non si sarebbe più spostato né sarebbe tornato. Ed è vecchia anche perché – mentre lo studio scientifico dell’immigrazione sempre di più sottolinea che l’integrazione è un fatto qualitativo – dichiara l’immigrato integrato fino al punto da farne un cittadino sulla base del dato puramente quantitativo dei cinque anni di soggiorno. Sugli esami di lingua ed educazione civica non è lecito farsi troppe illusioni in Italia – dove rischierebbero di essere… «all’italiana»! Su una materia così delicata e cruciale come la cittadinanza, davvero è meglio queta non movere, andare con i piedi di piombo e semmai sbagliare per eccesso di prudenza. Del resto nel momento in cui l’Italia vuole allargare le maglie della cittadinanza la Gran Bretagna, che ha avuto le sue esperienze tragiche, nel luglio 2009 ha reso la legge in materia più restrittiva.
D. Che fare? si possono indicare due piste per cominciare almeno ad affrontare il problema. 1. La prima è il governo dell’immigrazione. Nessuno Stato europeo oggi – a fronte delle cifre della denatalità – può pensare di «abolire» l’immigrazione, e nessuna forza politica può ragionevolmente chiederglielo, a meno che si tratti di pura demagogia elettorale. Tuttavia l’immigrazione può e deve essere governata. Il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 2241 insegna che «le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordinare l’esercizio del diritto di immigrazione a diverse condizioni giuridiche». Le autorità che rinunciano a governare l’immigrazione non sono buone, ma buoniste, e vengono meno ai loro doveri verso il bene comune.
2. La seconda è la riaffermazione della propria identità culturale. L’immigrazione sgretola le società soprattutto quando non vi trova un’identità forte. L’Europa oggi, dopo avere rinunciato alle radici cristiane è talmente immersa nel relativismo da non avere affatto le idee chiare su quale cultura voglia difendere e proporre agli immigrati. In Olanda qualcuno ha deciso di proporre ai nuovi immigrati i «valori olandesi» riassunti in un video che devono obbligatoriamente vedere. Vi si vedono, tra l’altro, due omosessuali che si scambiano effusioni in pubblico e una bagnante in topless. Non è certo che la maggioranza degli olandesi si riconosca in questi valori. Per contro, è certissimo che il video confermerà gl’immigrati musulmani nel loro sentimento di superiorità rispetto all’Occidente decadente. In altri Paesi i corsi sulla cittadinanza proposti agl’immigrati esaltano il presunto diritto all’aborto. È evidente che non si tratta di temi intorno a cui una persona sensata può pensare di costruire un’immagine «forte» dell’Europa o delle sue radici, o di rabbonire immigrati musulmani già di per sé convinti della superiorità morale dell’islam. Vengono in mente le parole del poeta francese Charles Péguy (1873-1914) – che pure scriveva nel 1910 e non aveva conosciuto Antonio Di Pietro e le sue inchieste giudiziarie, dette appunto «Mani pulite» – secondo cui c’è una posizione diffusa che «ha le mani pulite ma non ha mani». Non ha mani chi non ha identità né radici. Ma chi non ha mani non può neppure stringere le mani altrui nel dialogo.
Emilio Giuliana