Emilio Giuliana


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12 dicembre 2005

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Se una persona non condivide l'ideologia gay rischia di essere additata come "omofoba".

Il termine "fobia" indica una paura intensa, esagerata, per situazioni, oggetti o azioni che il soggetto prova nonostante spesso non ne capisca la ragione. Il fobico, posto a contatto con lo stimolo specifico temuto, presenta in genere vere e proprie crisi d'ansia più o meno intense e paralizzanti. Per esempio la claustrofobia.
Appare quindi decisamente fuori luogo etichettare chi non condivide l'ideologia gay come "omofobo".
Gli stessi manuali diagnostici non elencano tra le fobie la presunta "omofobia" e recenti ricerche (Olatunji e altri, 2004) escludono che essa possa essere definita tale.

Ciò che viene chiamata "omofobia", infatti, non è una malattia, ma un atteggiamento di non condivisione nei confronti dell'ideologia gay e di non approvazione nei confronti dell'omosessualità (che non significa odio o disprezzo nei confronti delle persone con tendenze omosessuali). Dunque, il termine “omo-fobia” è chiaramente un tentativo intimidatorio, del tipo: «Se vuoi essere considerato una persona ragionevole - e non un malato, un fobico - devi condividere gli obiettivi del movimento gay».

L'idea che essere omosessuali sia il risultato inevitabile di un determinismo genetico o biologico innato, predeterminato e immutabile, è una ipotesi presentata come dato scientifico da molta divulgazione mass-mediatica. Allo stato attuale delle conoscenze, non esiste nessuna prova scientifica che dimostri come vera questa ipotesi. Tale mancanza di evidenza è stata ulteriormente confermata dagli studi sui gemelli monoovulari o identici: nessuno può, pertanto, invocare come "patologia genetica" l'orientamento omosessuale.

L'inesistenza di un "gene dell'omosessualità" non esclude un'eventuale predisposizione multifattoriale, ma si tratta di una minoranza di casi, e va precisato che "predisposizione" non significa "causa". Nella genesi di questo orientamento hanno invece grande incidenza gli aspetti relazionali, comportamentali, psicologici. Tali aspetti, che appaiono preponderanti, sono suscettibili di una libera presa in carico e plasmabilità, il che dovrebbe costituire una buonissima notizia, soprattutto per chi sperimenta pulsioni omosessuali indesiderate. Ecco alcuni esempi di studiosi usati come “prova” per divulgare erroneamente l'origine genetica biologica della omosessualità. Simon Le Vay, Bailey & Pillare, Dean Hamer. Il primo, già per conto suo sulla questione così si espresse: « Ripetutamente sono stato indicato come colui che ha dimostrato il fondamento genetico dell'omosessualità... Non ho mai asserito questo» {The Sexual Brain, 1991, pag.122). Gli altri due, invece sono stati screditati dalla rivista specializzata Science che si è espressa in questi termini «non vi è nessuna componente genetica, ma piuttosto una componente ambientale condivisa nelle famiglie» (24/12/1993, n°262 e nel n° 284, 1999).

L'omosessualità è dunque un sintomo; si potrebbe correttamente definire anche ferita, poiché costituisce una lesione alla propria identità di genere. Non è corretto definirla una malattia perché la diagnostica clinica contemporanea ha sostituito il concetto di disordine o disturbo a quello di malattia.

Il fatto che l'omosessualità non compaia più nell'elenco dei disturbi dei manuali diagnostici non significa però che essa non costituisca un disordine: il suo depennamento non è avvenuto in seguito a un dibattito scientifico, ma sotto l'azione di gruppi di pressione ideologicamente orientati.

La prima versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, chiamato comunemente DSM, è stata redatta dalla più importante associazione psichiatrica americana (APA) nel 1952. Nel corso dei decenni vi sono state ulteriori revisioni e aggiornamenti del DSM (oggi siamo arrivati al DSM IV-TR) che si sono caratterizzati nel catalogare il disagio psichico e mentale nei termini di un "disturbo" o di un "disordine" e, in generale, nell'indebolire l'idea stessa di malattia cambiando la sua denominazione. Sullo sfondo si trattava anche di aggiornare il DSM in base all'evoluzione del sistema sanitario, per esempio cercando di aggirare lo spinoso problema delle cause legali contro i medici, delle diagnosi sbagliate, dei rimborsi delle assicurazioni, elementi che contraddistinguono il sistema sanitario americano in cui è ben presente la potente influenza delle multinazionali farmaceutiche. In sintesi, il DSM IV propone una nomenclatura ragionata di numerosissimi disturbi psichici definiti in tutte le loro varianti e classificati in base al loro aspetto fenomenico e pragmatico. Viene esclusa ogni considerazione relativa alle cause, alla storia e alla vita psichica del soggetto.

Uno degli argomenti del movimento gay per affermare che l'omosessualità sarebbe "normale" è l'affermazione secondo la quale l'APA, nel 1973, ha cancellato l'omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM. Sulla scia di questa decisione, l'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l'ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l'ICD (International Classification of Disease), nel 1991. Pochi però spiegano che questa decisione non è stato il frutto di un dibattito scientifico, ma di una operazione ideologica. Dal 1968 gli attivisti gay manifestavano alle riunioni della "Commissione Nomenclatura" dell'APA, chiedendo e infine ottenendo di partecipare agli incontri. Da quel momento il dibattito scientifico fu sospeso e sostituito da discussioni di carattere politico e ideologico che sfociarono nel 1973 nella decisione di mettere ai voti la questione. Ebbene sì; l'omosessualità fu derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione "per corrispondenza" (5.816 voti a favore e 3.817 contro)! Nel DSM IV rimase la voce «omosessualità egodistonica» (che fu tolta poi nel 1987), espressione che in generale designa soggetti spinti verso uno stato depressivo a causa di un conflitto con il proprio io. Il noto psichiatra Irving Bieber commentò così la votazione del 1973: «Non sì può davvero sostenere che la nuova posizione ufficiale riguardo l'omosessualità sia una vittoria della scienza. Non è ragionevole votare su questioni scientifiche come se si trattasse di mettere ai voti se la terra sia piatta o rotonda», È interessante la posizione di Robert Spitzer, che nel 1973 era presidente della "Commissione Nomenclatura" dell'APA. Egli, in seguito ad una ricerca compiuta nel 2001 e confermata nel 2003 sull'efficacia della terapia riparativa, afferma di aver cambiato idea in merito alla possibilità di cambiamento dell'orientamento sessuale. In una dichiarazione rilasciata al "Wall Street Journal" il 23 maggio 2001, egli afferma: «Nel 1973, opponendomi all'opinione prevalente dei miei colleghi, appoggiai la rimozione dell'omosessualità dalla lista ufficiale dei disordini mentali. Per questo motivo ottenni il rispetto dei liberals e della comunità gay, anche se ciò fece infuriare molti dei miei colleghi[...]. Ora, nel 2001, ho mutato opinione e questo ha fatto sì che venissi presentato come un nemico della comunità gay e così la pensano in molti all'interno della comunità psichiatrica e accademica. Io contesto la tesi secondo cui ogni desiderio di cambiamento dell'orientamento sessuale di un individuo è sempre il risultato della pressione sociale e mai il prodotto di una razionale motivazione personale...».

Dunque, le affermazioni totalizzanti di coloro che sostengono trionfalmente che l'omosessualità, in base ai criteri "scientifici" sanciti dal DSM, non è più una malattia, lascia presagire l’alto rischio che essa possa diventare una "giustificazione scientifica" per sostenere ulteriori manipolazioni ideologiche.

Va, infine, precisato che il termine omosessuale non è sinonimo di gay. La parola omosessualità indica una tendenza o inclinazione sessuale, il termine gay indica una identità socio-politica. E’ da ricordare inoltre che nel 1993 l'ILGA, l’International Lesbian & Gay Association, la più importante lobby gay mondiale, che unisce più di 400 organizzazioni di 90 paesi in tutto il mondo fra le quali l'Arcigay — la principale organizzazione gay italiana, fondata a Bologna nel 1985 — espelleva la NAMBLA, la North American Man/Boy Love Association, associazione che ha fra i suoi scopi la diffusione della pedofilia, dopo oltre dieci anni di stretta collaborazione e nonostante il fatto che i rappresentanti della NAMBLA avessero collaborato alla costituzione dell'ILGA .

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